l’indie hacker
Dossier numero 4
Nel 2020 Andrea Fumanti ha progettato e sviluppato, con un socio, cinque progetti digitali in nove mesi. Il primo è SpesaFatta, un assistente su WhatsApp nato durante il lockdown per raccogliere ordini e richieste di spesa: idea, prototipo e pilot con una catena della grande distribuzione in poche settimane. Gli altri progetti hanno esplorato intent detection, NLP, logistica, turismo ed editoria. Per ciascuno ha lavorato su concept, identità, interfaccia e go-to-market, decidendo anche quando interrompere un test che non dava segnali sufficienti.
Il contesto
Un side business.
Marzo 2020. Emergenza Covid. Fumanti, chiuso in casa, si trova in ostaggio. Non del lockdown, ma Di un’idea. Di giorno lavora a tempo pieno per Jstudios e Adverto, e di notte lavora a un side business innovativo.
L’idea? Progettare chatbot.
L’esecuzione è in pieno stile indie hacker, un approccio che consiste nel progettare, sviluppare e lanciare prodotti digitali in maniera indipendente, immettendoli nel mercato senza una struttura aziendale tradizionale alle spalle.
SPESAFATTA
Il primo chatbot su Whatsapp. L’architettura, le sfide.
L’innesco nasce da un amico di Fumanti che, affacciandosi dal suo appartamento sul supermarket di fronte, vede ogni giorno la stessa scena: ingressi contingentati, file interminabili, carrelli pieni degli stessi prodotti. Farina, scatolame, un po’ di fresco. Sicuramente, in mezzo al mucchio, l’introvabile (e spesso inutilizzato) lievito di birra.
A Perugia la spesa online nel 2020 non esisteva. O meglio: un servizio c’era, ma i tempi di consegna medi erano di 15 giorni.
Tra un servizio personalizzatissimo (che richiedeva diversi giorni di attesa) e l’acquisto tradizionale (per alcuni impossibile da effettuare) c’era uno spazio libero: un sistema di prenotazione di scatole già pronte, standardizzate, a prezzo definito, con ritiro sicuro e senza accesso al negozio. Un servizio pensato per chi ha fretta o paura.
Fumanti e socio hanno un lavoro a tempo pieno, quindi deve rispettare la regola d’oro dei side jobs: deve funzionare (quasi) da solo.
24 ore dopo nasce SpesaFatta.
Il primo problema era definire la soluzione tecnica. Un sito web? Magari no. Un’app? C’è bisogno di competenze, soldi e, soprattutto, tempo. Serve qualcosa di più semplice.
La soluzione: un chatbot.
Fumanti aveva già costruito chatbot per alcuni clienti di Adverto. Era complicato ma non impossibile, esistevano diversi plugin per le maggiori piattaforme social. Ma SpesaFatta, per funzionare, doveva integrarsi in un’app di messaggistica. Questa sì, non era una sfida semplice.
I primi giorni di aprile 2020, il soggetto, ormai nottambulo, ci riesce. SpesaFatta gira su WhatsApp.
Vedersi rispondere su WhatsApp da un bot era una figata.
Dava la stessa sensazione che abbiamo avuto con la prima risposta di ChatGPT. Ci rendiamo conto di quanto eravamo in anticipo solo dopo aver saputo che il Comune di Milano stava lanciando il suo chatbot (decisamente meno elegante del nostro), dichiarando di essere la prima città europea a dare un servizio del genere alla cittadinanza. Eravamo a Maggio 2020. Un mese prima noi avevamo già rilasciato l'MVP di SpesaFatta e il nostro pilot era in partenza nel Conad di via Ruggero d'Andreotto.
La testimonianza qui sopra è del socio di Fumanti, e sembra verosimile. Le date combaciano. Il comunicato del Comune di Milano esiste davvero ed è targato 21 maggio 2020. Dalle nostre intercettazioni sappiamo che il primo messaggio di SpesaFatta in produzione (cioè in un'ambiente di funzionamento reale) è di lunedì 27 aprile 2020, ore 9.28.
Nella testimonianza viene citato un pilot in un supermercato del centro di Perugia. Sappiamo che Fumanti e socio in quel periodo entrano in contatto con i vertici di una famosa catena di supermercati, bloccati n zona dal lockdown. Dopo un breve pitch, ricevono il via libera alla sperimentazione.
SpesaFatta funzionava così: tutti potevano scrivere allo stesso numero su Whatsapp. Era il bot a rispondere in maniera diversa, riconoscendo l’interlocutore in base al numero o ad altri criteri.
Se a parlare era un cliente, questo poteva richiedere una box o vedere lo storico dei suoi ordini.
Effettuata la prenotazione, il bot inviava una notifica al negozio, che poteva accettare o rifiutare l’ordine. L’esito con le informazioni per il ritiro veniva quindi restituito al cliente.
Chiunque (cliente o negozio), in caso di necessità, poteva richiedere assistenza sempre attraverso la stessa chat. Il ticket veniva aperto e inviato ad un admin che gestiva (anche lui via WhatsApp) la problematica e sbloccava la chat dell’utente.
Artigianale, cervellotico, ma furbo!
Qui sotto una prova esclusiva: il flowchart schematico delle conversazioni di SpesaFatta.
Nonostante l’idea, il pilot si interrompe subito. La ragione? Forse la GDO non aveva bisogno di un canale di vendita innovativo durante il lockdown. Forse i due non hanno tempo di fare customer success a chi non aveva un need forte (ricordiamolo, per loro si trattava di un side business). Forse entrambi.
Abbandonano il caso d’uso, non la tecnologia.
lessiko
La nascita di un brand dedicato al chatbot design.
La sperimentazione di SpesaFatta termina, ma il ragionamento innescato prosegue. Automatizzare i processi con un chatbot avrebbe un’infinità di casi d’uso reali, ma per intercettarli c’è bisogno di presentarsi in maniera qualificata. Fumanti allora inventa un brand - Lessiko - con un’identità, un logo e un’immagine coordinata.
Con un brand alle spalle possono presentarsi in maniera più autorevole. I nostri dati lo confermano: nei 9 mesi di attività prendono contatto con realtà piccole e grandi, testando numerosi casi d’uso: il Comune di Perugia per supportare la comunicazione con i cittadini durante l’emergenza Covid. una rete di commercianti per migliorare la logistica delle consegne a domicilio di prodotti ortofrutticoli. un portale turistico che gestiva esperienze in un centinaio di maneggi in tutta Italia. Il portale, vittima di un attacco phishing, aveva bisogno di attivare rapidamente un canale di comunicazione alternativo e verificato, e i numeri di telefono via WhatsApp erano la soluzione giusta al momento giusto. infine una casa editrice di giochi da tavolo, per la quale inventano il primo assistente digitale che guidava nella scelta. Ma su questo serve un focus dedicato.
Focus on: d.verto
Caso d’uso. Il chatbot che aiuta a scegliere il gioco da tavolo perfetto.
Il lavoro di Fumanti in Adverto lo aveva già messo in contatto con DvGames, una celebre casa editrice di giochi da tavolo. Gli esperimenti con i chatbot potevano essere utili anche a loro.
Nel mercato dei giochi da tavolo infatti vengono prodotti migliaia di nuovi titoli ogni anno. In un mondo tanto affollato, l’esigenza principale è quella di emergere e farsi (ri)conoscere dal pubblico. Nel periodo natalizio questa esigenza è amplificata e la capacità di orientare il consumatore fa tutta la differenza.
Da questa intuizione nasce d.Verto: “il primo assistente digitale pensato per guidare il cliente nella scelta del gioco da tavolo perfetto”.
Un mesetto per selezionare e popolare le informazioni sui giochi, i criteri di scelta per l’utente, il tono di voce, la tecnologia, i dettagli di UX. A Novembre 2020 si parte.
Anche questo era un side business. Dunque la gestione doveva essere intelligente e semi-indipendente, anche nell’aggiornamento del catalogo dei giochi. Dare all’editore l’accesso diretto al database sarebbe stato problematico. Farlo in prima persona impensabile. La soluzione: un Google Spreadsheet che dvGames poteva modificare in autonomia, con un semplice script di sincronizzazione a supporto.
In parole povere: se il cliente voleva cambiare qualcosa (criterio di scelta, prezzo, immagine, testo) doveva solo modificare una cella in un file Excel condiviso e cliccare un bel pulsantone con scritto “AGGIORNA”.
Anche di questo progetto siamo venuti in possesso dello schema delle conversazioni.
Alcuni dei numeri che abbiamo recuperato: 60 giochi in catalogo, ciascuno con descrizione, immagini e video tutorial. Quasi 6 mila messaggi scambiati, poco meno di 400 giochi consigliati a 250 utenti unici. Ci risulta che Fumanti fosse in possesso di dati aggiuntivi, come la classifica dei giochi più richiesti dagli utenti o quelli maggiormente restituiti dal bot, ma non siamo riusciti a recuperarli. L’unica certezza è che non si trattasse solo di un supporto per guidare il cliente, ma di uno strumento complesso in grado, potenzialmente, di informare le scelte aziendali.
Qui termina il dossier che abbiamo intitolato indie hacker. In realtà siamo in possesso di altri prodotti inventati da Fumanti. Con il tempo valuteremo se arricchire il dossier. Al termine di questa parentesi, il soggetto riemergerà come UX designer. Abbiamo documentato questo passaggio nel dossier numero 5.